LA VIA CRUCIS ALL'ALTOMARE

Opera del maestro Luigi Enzo Mattei

La lunga fase preparatoria, dal primo desiderio del Parroco don Antonio Basile di volere la Via Crucis all’Altomare nel 60° anniversario del pio transito del Vescovo fondatore della parrocchia fino all’autorizzazione del Vescovo Mons. Raffaele Calabro, è già descritta nell’articolo “Elaborazione del progetto della Via Crucis“.

Qui occorre aggiungere che la gestazione…dei singoli bozzetti ha subito il benefico influsso degli eventi ecclesiali propri dell’Anno della Fede e soprattutto della inattesa elezione di Papa Francesco. L’artista ha firmato quel giorno (13/3/2013) il disegno della XII stazione (Gesù morente sulla croce, con S. Francesco d’Assisi in ginocchio).

Da quell’evento ecclesiale la presenza del Santo di Assisi è diventata continua e determinante nella mente dell’artista, e non solo, fino alla convinzione condivisa che il “piccolo” Francesco possa stare in ogni quadro.

La Via Crucis tradizionale si compone di 14 stazioni e si conclude con la deposizione di Gesù morto nel sepolcro. Dopo il Concilio Vaticano Il, che ha esortato ad insistere maggiormente, nella predicazione, sulla risurrezione di Gesù e non solo sulla sua morte, non è mancato chi ha voluto aggiungere nella Via Crucis una quindicesima stazione dedicata alla risurrezione di Gesù.

Nell’opera di Mattei, invece, il mistero della risurrezione di Gesù è reso artisticamente bene dalla presenza di San Francesco, modello perfetto di ogni discepolo che voglia conformarsi pienamente al Cristo e così diventare segno vero e credibile della novità che Gesù è venuto a portare. Questo lo si comprende meglio con le allusioni all’azione di Papa Francesco nella Chiesa e nel mondo di oggi.

I StazioneGesù è condannato a morte  – “Chi dei due?” grida Pilato

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Le Stazioni della Via dolorosa più problematiche per gli artisti sono la prima e la quattordicesima, l’ultima perché “abbandona” il devoto, consegnandolo allo spessore della propria fede, la prima poiché, nel confronto con le successive, appare priva del pathos e dell’azione che pervadono il seguito. In questa dell’Altomare l’impatto risulta coinvolgente poiché emblematico per Andria, ove la goccia di sangue cade e “fora” i marmi e le pietre, la spina del casco “fuori campo” fende e determina lo spazio ed il tempo, determinando l’asse compositivo, simbolo-testimonianza e reperto della  Sacra Spina.

I personaggi sono fissati in coerenza con la struttura del potere, l’architrave poggia infatti sui caposaldi rilevati dalla presenza fisica della gerarchia politica (Pilato) e di quella militare (legionario); nel secondo piano invece due personaggi del “dubbio”, la moglie del Governatore ed il servo col bacile.

Gesù, flagellato e coronato di spine, in primo piano; protagonista della scena ove Pilato “esce dal quadro” quale scomodo interlocutore per gli astanti, strumento della chiamata alla responsabilità individuale e collettiva: “Chi dei due” grida Pilato “Gesù o Barabba?”

II StazioneGesù è caricato della Croce – Un peso “insopportabile”

Il patibulum è su di Lui e ne avvertiamo il peso. La paradossale costruzione alle spalle riprende il motivo della struttura architravata, che si complica nell’incrociarsi dei legni: le tante croci che derivano dalla sofferenza umana  e che in un’altra architettura, quella della successiva Porta Fidei, troveranno il significato più pieno.

Come già espresso dalla composizione, è da sottolineare come la Via Crucis all’Altomare sia contraddistinta da una totale libertà compositiva, tanto nelle inquadrature come nell’altezza dei punti di vista e nella proporzione delle figure nonché dal loro aggetto, che risulteranno così di diversa pregnanza, a seconda del “campo” visivo scelto come necessario; scelta innovativa ma anche logica che si rifà alla così detta “soggettiva”; poiché nel succedersi degli eventi sicuramente convulsi,  gli astanti o involontari spettatori non dovettero trovarsi necessariamente sempre alla stessa distanza dai protagonisti, come invece possa accadere in una rappresentazione piatta e pianificata.

E’ da osservare come anche i numerali – i numeri romani delle Stazioni – “partecipino” alle scene, se nella prima il numero uno si poneva quale pietra miliare, nella presente il numero due è schiacciato a terra dal peso del patibulum appunto umanamente “insopportabile”.

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III StazioneGesù cade la prima volta – Dio “in ginocchio”

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Carico dei peccati degli uomini con il patibulum sempre più pesante, Gesù incespica e cade nel percorso ancora entro le mura della città; cade sulle ginocchia, così come testimonieranno le tracce nella Sacra Sindone.

I soldati non hanno coscienza di quanto stia accadendo, rimarcando quindi un naturale atteggiamento  di indifferenza cui l’umanità spesso può riconoscersi e risultano nell’evidente tensione di portare a termine in breve tempo il compito loro affidato.

La scena è “urbana” poiché il doloroso cammino – come si è detto – è ancora all’interno dell’area urbana, i cui connotati architettonici riferiscono l’ambiente conosciuto, consueto e rassicurante del luogo domestico, ove spesso ed in ogni tempo può albergare il dolore.

Le tre cadute di Gesù nella Via Crucis all’Altomare risulteranno tali da evidenziare la progressiva perdita di forza fisica nel Salvatore, la sempre maggiore rovinosità dell’impatto con la terra, la crescente sofferenza che ne trasforma la fisionomia. Anche il profilo delle composizioni diviene espressivo del contenuto e se risulta intero nella prima Stazione e dilatato dal peso nella seconda, ove “Dio cade in ginocchio” sulla terra, la terra svanisce, un quinto lato del quadro tutto in salita.

IV StazioneGesù incontra la Madre  – “sto cambiando tutte le cose”

Mentre il Figlio sta affermando quanto in tale situazione può umanamente apparire assurdo: “…sto cambiando tutte le cose”, la Madre, nell’istantaneo moto di sollecitudine, tende la mano quasi a voler alleggerire il peso del patibulum, atto istintivo e apparentemente inutile, sicuramente sproporzionato; ma forse l’Altissimo, in quell’attimo, avrà “ceduto” all’amore materno e, sovvertendo l’ordine fisico, tradotto il peso insopportabile nella carezza di un fuscello.

La discontinuità nella direzione del percorso, anche nella conferma storica che la salita al Calvario non fosse rettilinea, trova la sintesi nella centralità simmetrica dell’incontro. Le due figure, le più sacre, rappresentano anche due percorsi dello stesso dolore, tracce pur distinte che si immedesimano l’una nell’altra, proprio le parallele che si incontrano. Una situazione straordinaria che si traduce nella geometrica legge all’infinito, che la mente umana può credere, dimostrare, ma non direttamente osservare.

 E’ un incontro nel tempo e al di là dei tempi; si parlano, Madre e Figlio, per tale straordinario dialogo peraltro ignorato dagli astanti, sono circondati d’aura celeste con la sottolineatura delle aureole, come si compirà nuovamente nella dodicesima Stazione.

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V StazioneGesù è aiutato dal Cireneo – “perché proprio io?”

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Sì, infatti Simone di Cirene si trova nel luogo per caso ed è casualmente scelto dal legionario romano che lo chiama senza esitazioni, perentorio. “tu”.

Porterà il legno per obbedienza, per paura, consentirà il compiersi della condanna; non per convinzione quindi, né per vocazione. Chiamato, obbedisce, chiedendosi “perché proprio io?”, faccia a faccia con Gesù sino alla sommità del Calvario.

Davanti alla porta della città, a mezzogiorno, il patibulum sembra piantarsi a terra; il Salvatore sofferente  davanti ad uno sconosciuto che torna dai campi dopo il lavoro; stanco verso casa, il Cireneo si sarà immediatamente pentito di non aver percorso strade diverse; l’apparente errore umano però corrisponde al disegno divino.

Ed è sottostando ad un ordine inaccettabile e al sopruso, in un atto di forzata sottomissione che l’uomo incontrerà il Salvatore.

La porta di Efraim è sommariamente tradotta in quella di Sant’Andrea, un luogo riconoscibile nella città di oggi a significare accadimenti fuori dal tempo storico, ma contemporaneo ad ogni generazione, nello spazio fisico che pur quotidiano può riferire il Mistero, cui l’uomo tende facilmente a sottrarsi.

VI StazioneLa Veronica asciuga il volto a Gesù – L’origine dell’arte

La più sindonologica delle scene ove Gesù, pur “sollevato” dal patibulum, ne porta comunque il peso, la composizione infatti suggerisce tale aspetto nella combinazione delle gestualità, mentre la Veronica sembra accorrere e raccogliere consapevolmente la preziosa immagine impressa nel telo.

Alle sue spalle “una madre ed il bambino che piangono la sorte del Cristo, fanno parte di quella folla che non gli sbraitava contro;  simbolicamente  rappresentano  anche  quella specificità culturale ebraica che voleva la trasmissione dei fatti della memoria storica del popolo una eredità matrilineare” (M.M.)

Alle loro spalle l’albero d’ulivo a sottolineare un luogo geografico, ambiente dalle tradizioni e colture millenarie.

La sagoma, il perimetro della formella pare agitarsi come stoffa, proprio perché un telo di lino ha avuto il compito di tramandare l’immagine di Gesù, i sudari ed in particolare la Sacra Sindone costituiscono infatti un miracoloso e storico tramando dell’immagine che, per la forza, il mistero e veridicità contenuti, rappresentano una continua provocazione all’intelligenza ed una assoluta giustificazione del ruolo dell’immagine, della sacralità dell’arte che da Lui ne deriva, esperienza umana che consente all’uomo di avvicinarsi a Dio.

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VII StazioneGesù cade la seconda volta – Chi segue Gesù ne porta la Croce

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Non si è sottratto al Calvario Colui che segue Gesù e ne porta la Croce: “dalla gloria dell’ulivo”.

E’ la formella dedicata a Papa Benedetto XVI.

Gesù cade per la seconda volta, visto di fronte come ci cadesse addosso e più pesantemente, osserviamo la caduta assieme a coloro che stanno a guardare ma al Calvario voltano le spalle.

Qui il Cireneo “ha assunto una veste lunga e chiara” ed è piegato per l’età, come l’albero dell’ulivo cui è accanto;  ecco così compiuta la sfaccettata interpretazione dell’ “uomo di Cirene”, che assume connotati diversi poiché è sulla Via dolorosa a rappresentare tanta umanità, nella considerazione che contrastato sarà stato, nel breve tragitto, anche il proprio sentire, passato dal sopruso all’obbedienza, dalla compassione alla redenzione, sentimenti percorsi e compressi in un breve tragitto, esteso però quanto la storia.

Visivamente compresa tra il Cireneo e l’ulivo è la sagoma di una porta, struttura architravata, varco della città non lontana che prelude ed allude alla Porta Fidei della quale riporta l’essenzialità ed esprime i connotati.

Solo i soldati che cadenzano il passo e seguono non portano la Croce, ignorano il patibulum che “Uno sta portando per tutti”.

VIII StazioneGesù incontra le donne di Gerusalemme – I Sette dolori

Sette sono emblematicamente le donne, come i Dolori della Vergine, il genere femminile esposto ad ogni iniquità, ad ogni sofferenza, chiamato alla forza interiore quale parte “turrita” della società; ognuna di esse denuncia un diverso modo nell’approccio,  sentimenti cui le espressività danno riscontro,  di fronte a Gesù che le pone di fronte all’incombente traguardo; le reazioni sono diversificate come le risposte che attengono al carattere degli esseri umani.

Gesù, che si volta improvviso e perentorio, ne incontra lo sguardo di tutte, insieme ed al tempo stesso di ognuna, una per una con il messaggio che è univoco  pur nelle molteplici valenze.

Inconfondibile il maniero nel panorama, spoglio il Castello con otto torri ottagonali e centodiciassette feritoie, lo stesso numero dei Padri chiamati di diritto a partecipare al Conclave dell’anno 2013.

Una delle due composizioni ove il Cristo procede verso sinistra fendendo il vuoto con il proprio corpo, proprio perché nella consueta modalità di lettura, il riguardante lo incontri come Egli avesse già incontrato le Donne, nel loro privilegio di essere prime testimoni al tempo stesso di sofferenza e di fede.

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IX StazioneGesù cade la terza volta – Il confine tra indifferenza e compassione

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La caduta è rovinosa, ne sono testimonianza le tracce nel Telo sindonico considerato e voluto quale grammatica e sintassi della composizione, la figura ne risulta schiacciata a terra ed il numerale pure,  sul corpo sofferente  incombono simbolicamente e significativamente il ferro della lancia, il legno del patibulum ed il macigno dell’indifferenza, questo leggibile nelle due figure che a margine della strada attendono il passaggio del condannato.

Il Corpo di Cristo diventa così tangibile confine tra l’indifferenza e la compassione.

Il centurione sguaina spada e frusta, il Cireneo – rientrato negli “abiti iniziali” sembra confuso e statico, la strada serpeggia in salita. Il devoto può contrapporsi a coloro che stanno oltre, ha il vantaggio di sentirsi più vicino all’Uomo dei dolori, spinto dalla commozione che diviene compassione, non sempre solo momentanea, Egli è confine e meta, l’orizzonte che sarà innalzato.

La già citata multidirezionalità delle scene, qui intende spostare idealmente l’osservatore verso il basso, ulteriore  punto di vista, nell’onda disordinata della folla che diventa frangente, partecipe non sempre consapevole di un evento che la ragione fatica a tollerare.

X StazioneGesù è spogliato delle vesti – L’inverosimile

La follia della Croce comincia qui. L’apparente totale sconfitta è premessa alla vittoria della Croce.

Il Corpo spogliato diviene l’essenza, la rappresentazione stessa della dignità, la nudità del Corpo sulla Via dolorosa è la Verità stessa che porta alla Vita.

Nel cielo  plumbeo del Calvario appare una fulminea traccia, che preconizza il cielo sopra Ponte Milvio (gli anni 2012 e 2013 infatti sono il 1700° della sconfitta di Massenzio e dell’Editto di Milano), il simbolo costantiniano illumina la livida scena, resa ancora più cupa dall’ergersi degli stipes.

Segno di vittoria la Croce, che il numerale riprende, segno di vittoria tale cifra cruciforme, nel momento dell’apparente e più totale sconfitta.

L’inverosimile è nell’atteggiamento degli scherani, che sembrano ubbidire ipnotizzati al superiore disegno, una meccanicità propria del supplizio praticato in assordante silenzio. Il numero dieci nei caratteri romani sottolinea lo schema cruciforme.

Il profilo ha ancora il sapore della stoffa, di quella tunica indivisibile che sarà bottino dei soldati, del Sudario che risulterà testimonianza della Resurrezione.

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XI StazioneGesù è inchiodato in Croce – Orecchi per non sentire

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Gli scherani non hanno dubbi e lavorano con indifferente sicurezza, compiono il proprio dovere con consueta diligenza. E’ una scena “in divenire”, il braccio sinistro di Gesù è già assicurato alla trave con il chiodo che trapassa il polso, nello spazio di Destot che la Sindone certifica – sarà quello che rimarrà teso, a differenza dell’altro che si piegherà durante le tre ore di agonia, poiché il corpo risulterà così costretto avendo il piede sinistro inchiodato sul destro –  mentre l’altra mano sta per essere assicurata al patibulum che verrà innalzato sullo stipes già infisso nel terreno. Poi sarà la volta dei piedi.

Grida di dolore il Condannato mentre lo scriba traccia in tre lingue il “titulus crucis”,  con rapidità ed in modo sommario: scriverà da destra a sinistra anche la dizione in greco e latino, come invece dovuto solo per l’aramaico, e sarà un “titolo” impegnativo, del quale si lamenteranno i sacerdoti: “quel che ho scritto ho scritto” ebbe a rispondere Pilato.

Mentre ci saremmo chiusi gli orecchi per non sentire le urla ed i colpi sui chiodi dalle martellate sicure, nonché gli occhi per non guardare; indifferenti i soldati quasi conversano, contrasto incredibile nella scena che pone Gesù in una lettura inedita, quella da lontano, ovvero di coloro che non intendono né sentire e né vedere.

XII StazioneGesù muore per noi in Croce – “Questa è tua madre…”

La scena posta all’apice di un percorso di sofferenza e martirio si trasfigura preludendo la pacata compostezza di quelle successive, divenendo summa degli eventi e luogo di francescana serenità.

E’ la formella dedicata a Papa Francesco.

La Madre, abbigliata come la figura di Maria Santissima dell’Altomare guarda il Figlio che ha appena chiuso gli occhi con la Sua immagine, Egli ha guardato per ultima la figura di Colei che lo vide per prima.

La tristezza delle pie donne si ricompone nella certezza della Madonna consapevole della vicina Resurrezione. Giovanni, posto sotto la Croce, medita “da Figlio” le parole che lo accompagneranno: “Questa è tua Madre”.

Collocato davanti alla Crocifissione è San Francesco,  come “un offerente” che, pur inserito nella scena per unità di spazio, non vi appartiene per unità di tempo; perciò si pone al di fuori del quadro pur facendone parte, per la totale immedesimazione col Cristo del quale portò le stimmate, scrutabili nelle mani e nei piedi quindi del Poverello di Assisi inginocchiato.

Nella Via Crucis all’Altomare le aureole sono riservate a coronare Madre e Figlio nelle inquadrature ove si parlano e si incontrano con lo sguardo.

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XIII StazioneGesù deposto dalla Croce – Madre Sua e Madre nostra

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Ad Andria, nel Santuario dell’Altomare, il compianto su Gesù deposto non può che riconoscersi nella Pietà posta nel Cappellone ad accogliere i fedeli.

Così la scena vede quali assoluti protagonisti Madre e Figlio, in una postura e struttura compositiva che, pur ripartendo dall’opera esistente, la collocano in un contesto volto a sottolinearne la partecipazione degli uomini e della natura alla imminente Resurrezione.

Il cielo e “squarciato”, come il Velo del Tempio, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea si tengono a distanza per non turbare il privilegiato incontro tra il Signore della Vita nel Corpo morto e Colei che lo generò. La pie donne, anch’esse lontane, appartengono così ai margini della formella, testimoniando l’impossibilità a partecipare pienamente al dolore ed al privilegiato rapporto dei “protagonisti”.

L’immaginaria presenza della significativa figura di Elena, posta di profilo e quindi avulsa dalla scena poiché appartenente ad un tempo successivo, indica la Croce che tre secoli dopo andrà a recuperare; tale citazione a celebrare l’Anno costantiniano 2013, 1700° dell’Editto, con la Santa madre dell’Imperatore.

Il “cielo squarciato” è fondale alle tre croci, piantate su di un accidentato terreno di roccia scandita dalle crepe sulla quale, a contrasto, si va stendendo il “sindonico” telo, estetica anticipazione del “tempo nuovo” che è alle porte.

XIV StazioneGesù è posto nel Sepolcro – “dalla Croce alla Luce”

Il Venerabile predecessore del Vescovo di Andria entra sommessamente nella scena e partecipa all’azione  trasportando Gesù nel Sepolcro. Con questa immagine si conclude la Via Crucis e Giuseppe Di Donna ne diventa il sigillo: l’atteggiamento è quello di chi collabora nella diligente sequenza ma che nell’espressione svela di conoscere l’imminente Vittoria. L’unità di tempo viene annullata per completare il senso ed il ruolo di quella che, tra tutte le situazioni colte nella narrazione del Calvario, è l’unica in cui lo stato d’animo dei personaggi rappresentati non collimi con quello dei fedeli che seguono la pia devozione. Perché gli uni sono nella tristezza, nel senso di sconfitta, gli altri invece hanno ricevuto l’annuncio della Resurrezione e sono consapevoli di vivere la vigilia del trionfo.

Un momento di gioia poiché il Corpo preziosissimo sta per essere custodito nello scrigno nel quale, prima di trentasei ore, si tradurrà nel Mistero che da significato all’esistenza: dalla Croce alla Luce.

Il  panorama, oltre il riferimento alla Croce sul Golgota, riprende il profilo delle volumetrie architettoniche prossime al Santuario dell’Altomare, qui citato quale “classica” architettura del tempo, in omaggio e ricordo all’istituzione  della Parrocchia, dovuta – il 30 ottobre 1948 – proprio al Venerabile Mons. Di Donna.

Sul lato l’ingresso del Sepolcro è immaginato attraverso le aperture che di accesso ai rupestri sotterranei di fianco al Santuario.

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la via crucis dellSono immensamente grato al prof. Mattei e al signor Massimo Merighi, titolare della Fonderia MERIGHI ARTE di Bologna, che mi hanno fornito foto e didascalie relative alle fasi della lavorazione e ai procedimenti tecnici seguiti nella realizzazione dell’opera.

Conoscevo (per diretta presa visione e partecipazione attiva al dialogo ininterrotto) il grande lavoro compiuto dall’autore, il prof. Mattei, che dalla Pasqua 2012 all’estate 2013 è stato impegnato nella fase creativa dei disegni e nella produzione delle terrecotte. Ma non conoscevo (se non sommariamente) il complesso lavoro della Fonderia. Perciò ho chiesto ai due professionisti di aiutarmi a documentare; non si tratta di soddisfare la curiosità, ma credo sia utile a tutti conoscere il lungo e complesso percorso lavorativo che sta dietro a ogni opera d’arte. Conoscere per capire e apprezzare meglio la bellezza, con innegabile diletto interiore.